Sfrutta le mucche ma vende anche yogurt di soia

mucca bicchiere latte

Il sistema capitalista si sa, trova il modo di avvantaggiarsi di ogni cambiamento, purché tale cambiamento avvenga all’interno della sua stessa logica. E’ così che i prodotti vegani, surrogati dei cadaveri degli altri animali, imitazioni dei loro derivati, stanno affermandosi sul mercato. Prodotti dei quali un vengano può fare benissimo a meno. I vegetali infatti non hanno bisogno di alcuna certificazione.

Certo, finché siamo calati in questa realtà la respiriamo a pieni polmoni, anche quando stiamo camminando nella volontà di sovvertirla, di sgretolarla e di rifondarla secondo uno spirito autenticamente libertario. Eppure ogni nostra scelta può comunque essere soppesata.

Penso in particolare a un’azienda che vende latte e latticini, il cui reddito è quindi del tutto dovuto alla schiavitù delle mucche e alla vendita dei loro figli. Un’azienda questa che si è messa a produrre anche yogurt di soia.

Noi che pensiamo che il veganismo sia parte intrinseca del movimento di liberazione e non uno stile di vita, una dieta, una moda. Noi che siamo coscienti di essere animali, quindi capaci di cogliere l’assurdità della nostra arroganza,  non abbiamo bisogno di dimostrare attraverso il cibo come la scelta vegana sia la scelta più etica che possiamo oggi compiere nei confronti degli individui delle altre specie animali.

Non abbiamo bisogno di dimostrare che i nostri piatti sono gustosi, che non ci manca nulla, che abbiamo persino il parmigiano vegetale da mettere sui maccheroni al ragù di soia. Non è questo il percorso di liberazione che stiamo mettendo in atto ogni giorno, individualmente e insieme.

Spostare troppo l’attenzione dalle gabbie al piatto è pericoloso e in gran parte insufficiente. Una scelta è creativa solo se consapevole e decisa ad affermarsi in quanto capace di influenzare la realtà in maniera continua e duratura.  La sola che farà davvero la differenza.

 

(Giusi Ferrari)

 

Photo credits Progetto Vivere Vegan

 

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